sabato 3 settembre 2016

FAR FINTA DI ESSERE SANI°





Far finta di essere sani è una canzone di Giorgio Gaber, uno di quei milanesi che non ne torneranno più di così lucidi e geniali,
guardo le foto su Facebook della passerella sul lago d'Iseo, una striscia arancione che brulica di umanità in fermento e non posso fare a meno di pensare a lui, a Gaber, a quella canzone, a quelle cinque righe che ho sempre amato mettendomi addosso quella malinconia che non dà fastidio perchè sa di maglie a righe tutte uguali, di colonia marina, di maestrine che messo a letto i mocciosi vanno in balera:

e vedo bambini cantare
in fila li portano al mare
non sanno se ridere o piangere
batton le mani.
Far finta di essere sani.

Sono tutti in fila sull'opera d'arte di Christo, hanno dovuto conquistarselo l'evento, ed è sacrosanto perchè qualcuno assicura che

La sensazione che si proverà sarà esattamente quella di camminare e di fluttuare sull'acqua".





Ma i miracoli oggi non vengono così in scioltezza, te li strappi con i denti, devi combattere, sopportare prove durissime, i collegamenti al paesello di Sulzano entrano in collasso, ci sono ingorghi ai caselli autostradali, la stazione di Brescia scoppia, e le file sono interminabili, digito PASSERELLA LAGO D'ISEO in Google e qualche aiuto arriva, Come arrivare, Meteo, Prenotazioni, Biglietti, Costo, Dove dormire, Dove mangiare.

Guardo le foto, la moltitudine in volontario esodo ludico e artistico, perchè in qualche modo entri dentro l'opera, non solo te ne impossessi come un magnate potrebbe fare con un quadro, vai oltre, o speri di andarci, altrimenti non si spiega una gita infenale che nemmeno Filini avrebbe potuto proporre a Fantozzi, ebbene, tu stesso ti fai tassello di quel mosaico che rimarrà se non nella Storia, almeno nella cronaca dei quotidiani nazionali per qualche giorno.

E come possono non affacciarsi allo spigolo del mio cervello centinaia, migliaia di altre foto che ho visto scorrermi davanti agli occhi negli anni, fiumi di bipedi che colorano strade, ponti, e che poi esplodono a bolla in piazze e lì si placano oppure riprendono arterie e inseguono altri puntini colorati per raggiuengere altri vie che cambiano nome, altri incroci, altre piazze, maestose o più modeste, centralissime o periferiche... e poi fino in fondo, dove magicamente ti trasformi in Finisher.

Ma qui sul lago d'Iseo tanto chiasso per quattro miserabili chilometri e mezzo, la gente non solo fa medie risibili, come ormai di norma nelle varie maratone turistiche italiche, no, si cammina proprio, da Sulzano costeggeà il tratto sud del litorale risalendo fino a Sensole fino a circumnavigare la piccola Isola di San Paolo, pezzo di terra proprietà della famiglia Beretta, quei Beretta, ci siamo capiti.
Quindi meglio cicunnavigare compatti e chiaramente pacifici, al limite co le mani in alto e ben in vista, e guai a sorpassare che non ci sono i salvagenti, fai un sorpasso azzardato perchè ti senti imbottigliato, ci mettono un gomito e uno sgambetto, e uno dei centosettanta bagnini deve ripescarti e salvarti da pesci siluro mostruosi dai quali il suddetto lago risulterebbe infestato.


Io non ce la faccio a spostarmi così in gruppo senza pensieri o con pensieri troppo sereni, i pensieri troppo sereni per me non sono veri e propri pensieri e procedere in gruppo senza fare fatica, senza sofferenza, senza cercare di battere la persona accanto è inconcepibile, per quello non vado nemmeno a manifestazioni politiche, mi metterei a correre e la celere mi prenderebbe per uno sospetto con cattive intenzioni, e insomma se mi avessero portato a forza sul lago, non avrei avuto nessuno stupore fanciullesco, non mi sentirei affatto quel pezzettino di opera d'arte mobile e performativa.

Mi sentirei un pirla, direbbe Gaber. Quando mi muovo a tre minuti e mezzo a chilometro mi sento pirla, ma meno. Un po' meno. 

°Pezzo già uscito su Correre 


venerdì 2 settembre 2016

CARPE PESCEGATTI BADANTI & VAMPIRI *

La telefonata è arrivata al giornale, data come prioritaria: sono partito. Sono impietrito. È una delle cose peggiori che abbia mai visto, orripilante, eppure attorno a me tutti sembrano soddisfatti e orgogliosi, i pescatori si alternano nelle foto, qualcuno sta girando un video col telefonino, ci sono anche i volontari di mezza età con i giubbotti arancioni che hanno stappato alcune bottiglie, poi il protagonista principale torna padrone della scena. Mi guarda. Si aspetta che inizi a intervistarlo, si pulisce il palmo delle mani sul gilè verde militare, ma l’odore tremendo aumenta, la cosa è ormai da troppo tempo all’asciutto sulla riva del laghetto artificiale. Ha occhi enormi, delle dimensioni di un occhio umano, ma meno sporgenti. Dovrei chiedergli con quale esca ha catturato la carpa gigante. Quanti minuti di lotta hanno preceduto la cattura. Cose così. Ormai il pesce-siluro è arrivato al quintale, ma quell’intruso extracomunitario non fa più notizia. Però una carpa nostrana di quaranta chili non si vedeva da tempo. Forse non si era mai vista. I pescatori fuori dal casotto assentono consultandosi in brevi mugugni. È un segno della Storia. Un risveglio della fauna indigena da intendersi come sintomatico di qualcosa di più generale. E importante. La cosa in realtà pare abbia lottato con molta violenza, ma per pochissimi minuti, forse drogata da mangimi o indebolita dalla vecchiaia. Avvicinata alla riva, nessun guadino avrebbe potuto contenerla, due pescatori sono scesi in acqua per catapultarla sull’erba. Pareva già morta. O molto serena. Dormiente. Quasi nessun movimento di coda. Come pescare un fossile, ma non glielo faccio notare, non capirebbero. Continuano a essere eccitati, ora forse un po’ meno di prima, guardano la cosa. Puzza sempre di più.
La domanda conseguente lascio che si formi spontanea. Fanno tutti no e muovono le braccia, no, la carne della carpa è quasi immangiabile, peggio di quella del siluro, almeno quella, cucinata bene alla brace facendo colare il grasso, non è poi male.
I nostri nonni mangiavano ‘sta roba, quando c’era la miseria vera. Quelli dell’est, loro sì, mangiano il pesce d’acqua dolce. Silenzio. Si medita.

 Una signora, rossa come un frutto maturo, con maglioncino rosa e denti d’oro non finisce più di ridere. Il Pick Up che fa da feretro alla cosa ha accostato sulla piazzetta della banca, le donne fanno la spola tra le panchine e il bagagliaio del fuoristrada, un paio si fanno il segno della croce, la cosa giace al centro del cassone, sopra un telo giallo, incastonata tra blocchi di ghiaccio irregolari, anche i pescatori ridono, ma non riescono a decifrare la reazione. Non so come andrà a finire, forse le bulgare, le rumene, o non so quali accidenti, mangeranno questo mostro repellente, ne dubito, l’ilarità è eccessiva, anche a loro questa situazione pare assurda. Potrei cercare di interrogarle per farmi spiegare qualche ricetta, le ricette funzionano sempre, ma le foto che ho fatto sono sufficienti per l’articolo: la cucina e il sesso sono da sempre il lubrificante di ogni integrazione tra invasori e invasi. Quando ripasso davanti alla banca con la mia macchina, la delusione sui volti dei pescatori mi sembra evidente. L’aiuto umanitario non è stato gradito.

 Ricapitolando, c’è la provincia malata, sesso, extracomunitari, donne assassinate, siti porno, uomini in sovrappeso vestiti di arancione che punteggiamo misteriosamente il territorio. Gaba, se vuoi ci metto un piano regolatore che si autoalimenta di imbrogli e amici degli amici, geometri d’assalto, le mani sulla città, inutili Palazzi della Cultura, rotatorie cariche di misteriose cariche magnetiche, bifamiliari in pietra a vista con macchie di umidità, muffe e crepe, muri coperti da insetti, parchi invasi da viscide lumache senza guscio, serpi, erbe selvatiche cresciute in poche ore. Nel parco che costeggia la pedonabile alcuni pensionati hanno coltivato ortaggi, ma da quella terra sono esplosi solo degli enormi asparagi insapore con il fusto duro come legno. I vecchi ne ridono, li chiamano asparagi matti, fanno battute a sfondo sessuale, ne impugnano uno all’altezza della cintura e lo mostrano alle badanti, loro non si offendono, mostrano l’oro in bocca e deridono le velleità erotiche dei coltivatori. Tutto sembra ordinato in paese, tutto è perfetto, Gaba, se ti accontenti di una panoramica con Google Maps non ti accorgerai che tutto qui è moribondo, i lotti sono divisi in modo armonico tra verde e rosso edificato, ma qui sul posto la faccenda è diversa, questo luogo ti debilita, ti ruba energia e tu muori per sfinimento. Perché non rimane nulla da fare e nemmeno la conservazione è possibile, la conservazione è stallo, condizione che non puoi mantenere in eterno. Queste sono terre strappate alle acque dalle bonifiche, siamo dove dovrebbero stare carpe e pesce gatto, boccheggiamo, siamo qualche metro sotto il livello del mare, al cervello non arriva ossigeno, non ne arriva quanto dovrebbe. Gaba, qua ci sono bambini ammalati di bronchi e congiuntiviti, gracili ed esangui. Gaba, adolescenti emofiliaci e depressi! Ecco chi potrebbe inseguire le tracce dei massacratori di badanti! Ragazzini rachitici e anemici. Dei vampiroidi mezzi scimuniti. Basta sbirri timidi che dribblano stereotipi e che non hanno una identità ben definita. Cosa potrei far dire a uno sbirro annoiato e onesto che ancora non è stato detto? Troppo furore sarebbe volgare, il maresciallo Rapisarda è ligio ma con cautela, è molle e accomodante quanto basta, non alza mai la voce, è conscio delle mancanze ataviche dei colleghi, dei limiti della giustizia, deve mediare, qualche informatore in paese ce l’ha, al bar dell’Orologio si siede tranquillo e qualcuno che gli racconta storie e gli offre il caffè salta sempre fuori. Io stesso gli ho riferito che alcune famiglie sono rimaste all’improvviso senza collaboratrici domestiche, ma è difficile muoversi, nessuna denuncia, le ragazze potrebbero essersi allontanate di loro spontanea volontà. Sembra davvero la cosa più probabile, anche se alcune hanno lasciato i loro averi nelle case dove erano ospiti, ma nulla di valore. Poi una mattina il ragazzo down lo ha avvicinato, quello che chiamano Giampi, il fratello della segretaria del sindaco, quell’infelice che gira in paese con un gruppo di ragazze bionde che sembrano Valchirie. Tu sei lo sceriffo cretino? Beh, forse. Hanno cacciato le volpi. Ma non sono buone da mangiare le volpi. Mica le mangiano sceriffo cretino. Infatti. E dove le avrebbero portate queste volpi? Questo lo devi scoprire te, io vado a scuola. Mi sembra un problema da guardiacaccia. Sei proprio un cretino, lo sapevo, vado a fare i compiti adesso, arrangiati. Lo sbirro vorrebbe chiedergli di quelle ragazze bionde e slanciate che se lo spupazzano ogni pomeriggio alla baracchina dei gelati. Specialmente della Taroni, la pallavolista. Quella è una gran femmina. Minorenne. Un giorno gli era sembrato di vederli che si baciavano sotto il muro della piscina. Ne era rimasto sconvolto, la bella e la bestia. Aveva fatto fare inversione al collega al volante dell’Alfa, ma erano spariti. Inutile chiedere conferma all’appuntato Marsala. Lo standard richiede che l’appuntato Marsala debba essere mentalmente svanito, ma fedele. Poco talentuoso ma onesto. Pasticcione ma simpatico. In una eventuale fiction i dialoghi tra Rapisarda e Marsala verrebbero facili per gli sceneggiatori. Sono di nuovo impantanato negli stereotipi. Immobilizzato.
Potrei davvero giocare la carta degli adolescenti-vampiro.

*Pezzo già uscito su scrittoriprecari wordpress

sabato 23 luglio 2016

Doping e Amore Eterno*






Vogliamo tutto e lo vogliamo subito. Uno di quegli slogan anni Settanta che ci sussurra non più di remotissime lotte di classe, ma ci dovrebbe urlare ancora l'arroganza propria dell'età giovanile. Al di là del contesto storico la forza e la voglia di stravolgere le regole dovrebbero essere roba per adolescenti, che poi non esistono più, sostituiti pericolosamente dai giovani adulti.

Ma tutto è cambiato, la debolezza, l'amara oggetività hanno preso il sopravvento, a Vogliamo tutto, uscito nel 1969, uno dei libri più importanti dello scrittore Nanni Balestrini, risponde a decenni di distanza Angelo Petrella , nato nel 1978, che lo scorso anno se ne esce con un altro romanzo in forma di poema lungo, il cui titolo, Vogliamo niente e lo vogliamo adesso!, sintetizza con ironia uno stato di rassegnazione cronicizzata.

Se i giovani accusano i colpi della vita, chi non si rassegna affatto sono le generazioni vintage, gli adulti prolungati, che però possono vedere il professorgranlupnannar Giorgio Maria Bortolozzi, 79enne ex primario di ginecologia a Treviso, come luce di un nuovo e infinito giorno. Bortoluzzi è stato beccato positivo al Dhea, un ormone steroideo che il nostro corpo ha l'impudenza di smettere di produrre in età ancora acerba, e in fondo col professore siamo solo alla soglia degli ottanta, diamine...

Il Prossore, intervistatissimo, ha dichiarato che le medaglie nelle competizioni Master sono solo uno dei tanti effetti benefici della cura di ormoni, e non certo il principale, e che tutti gli anziani di sesso maschile dovrebbero usare la stessa integrazione per migliorare la qualità della vita.

Corpo stupido e inadeguato, tu sia maledetto. Bastardo. Non voglio affatto tenere nipotini insopportabili e maleducati, coltivare zucchine in orti spelacchiati ai margini della periferia cittadina, niente pesca alla carpa, quel disgustoso accasciarsi su uno sgabello da campeggio sulle rive di un canale marcio, voglio saltare in lungo, saltare in triplo, avere medaglie e magliettine azzurre con la scritta azzurra bianca "Italia", essere premiato ai Galà come i campioni veri, mica star ingobbito dalla sciatica, voglio stare vigile, alzare lo sguardo non sui lavori in corso come gli Umarells di Bologna, lo alzo sì lo sguardo, ma alle prime minigonne di marzo, conscio che in potenza non solo di ricordi posso vivere, e le donne capiranno dalla luce dei miei occhi che sono ancora piacevolmente pericoloso. 




Ora a metà di questo scritto ve lo posso svelare, il mio non vuole essere un articolo "indignato" e accusatorio sull'ennesimo atleta amatore beccato positiva al doping, anzi, apre un tema enorme che mi devasta:
Come reagire all'invecchiamento?

Il Bortoluzzi, mettendo in atto discutibili mezzi di difesa, ci invita a una riflessione. Questo caso è uno dei pochi avvenimenti degni di analisi in un mare di noia che ammorba il mondo del podismo e dell'atletica Master, per il resto a galleggiare nel mare morto rimangono foto di finisher che mordicchiano medaglie di mezzemaratone, maratone, doppie maratone, e via così.



Io stesso non so come reagirò al decadimento fisico e forse le righe sopra non le ho scritte a nome di Bortoluzzi, cercando di interpretare il suo pensiero, ma in fondo le ho già dentro di me, mischio ironia sprezzante a ferocia, ma invecchiamento e morte mi atterriscono, poi quell'interludio soprattutto, la malattia, che allontaniamo il più possibile da noi con le gare e le medaglie, anche se le medaglie sono sempre di metalli poco nobili, le spese di partecipazione ai campionati master sono a carico nostro, e i salami delle sportine dei premi di categoria sempre industriali.

Le testimonianze sulle lotte contro le malattie, frasi come Lotta contro il cancro come lottavi nelle gare quando eri un forte atleta, a volte mi lasciano interdetto, non riesco a commentarle, a condividerle, a farle mie, non perchè non si solidale, o sia indifferente, ma forse proprio perchè riesco a comprendere in pieno la sostanza della materia in campo. Nel film Mia madre di Nanni Moretti, una spaesata Margherita Buy guarda una scritta enorme sul muro dellospedale dove è ricoverata la madre, sono parole di incoraggiamento a un degente, la Buy chiede spiegazioni a un'infermiera che le dice che è normale, ma per il personaggio della Buy no, per lei il senso della malattia e della morte di una persona cara deve rimanere una faccenda intima, non da murales.

E per quanto riguarda la performance sessuale del maschio, caro Professor Bortoluzzi che dire... quotidiani come Libero (libero da chi, da cosa, non l'ho mai capito) non aspettano altro che storie come la sua e hanno intitolato l'intervista "Mi sono dopato per il sesso non per vincere tra i nonni", e mi creda, le confesso che un po' tutti usiamo questo aspetto per misurare lo stato della nostra efficienza psicofisica e niente come un fallimento in questa gara ci consegna nelle mani della più grigia depressione.

Ma oggi c'è la chimica a correggere i difetti della nostra natura infame, vero Professore?

Per il resto non so, vogliamo tutto e subito, nel senso che lo abbiamo sempre voluto e l'ambizione è il carburante di una vita, perchè non ci sono fasi diverse nell'esistenza, uno è ciò che è, punto, vogliamo il sesso, le cerimonie di premiazione, gli articoli sui giornali locali, le onoreficienze, per quel segmeno di eternità che ci appartiene, che per ognuno di noi sono due date, qualche numero separato da trattini.

Che si ostinano a cercare questi imbecilli nelle nostre urine? Quale verità?


Articolo già uscito sul mensile Correre

sabato 16 luglio 2016

ANGELI E DEMONI



Per un paio di situazioni diversissime molto probabilmente l'atletica italiana non prenderà nessuna medaglia a Rio. Ce le siamo bruciate in questa estate infuocata e apocalittica. Nulla è sicuro in atletica, ma le premesse luminescenti c'erano, una, la prima era di certo messa in scena da Gianmarco Tamberi, l'Angelo a mezza barba un po' sbruffone dotato di un talento smisurato anche a livello comunicativo, uno che a infiammare le curve se la poteva giocare con Usain Bolt, uno che salta la traversa di una porta da calcio con la naturalezza di un bambino al parco e proprio te le fa dimenticare le ore passate in campo e in palestra a ripassare tecnica, a giocare pericolosamente con il potenziamento sotto lo sguardo attento del padre, altro grande saltatore, salto di generazione miracoloso e perfetto.

Gianmarco Tamberi si esibisce in quel numero da circo che riesce solo a poche divinità: cazzeggia, sembra perdersi, saluta amici di infanzia, ordina un Moscow mule, fa un selfie con una terza liceo in gita, eppure riesce a non perdere la concentrazione nell'azione del salto, resetta, parte, e gli automatismi si ripropongono, perfetti, anche perchè altrimenti non si chiamerebbero automatismi, ma non deve esser facile tornare così in confidenza conflittuale con l'asticella, dimenticandoti gli amici da Ancona o le parti perfette del Moscow mule.

La serata di Monaco è stato uno psicodramma che nessuno sceneggiatore avrebbe estratto dal blocco di una pagina bianca. Il saltatore, l'atleta in genere, capisce subito quando una parte del proprio corpo lo ha lasciato. Tamberi junior lo ha capito subito che era successo qualcosa di irreparabile, qualcosa che gli avrebbe cambiato un pezzo di vita, a poco sarebbero serviti gli auguri e le dita incrociate dal mondo del web che ha seguito in tempo reale la serata. Avrebbe dovuto accontentarsi del record italiano e di aver battuto i migliori specialisti mondiali, pensare a preservarsi? No. Non funziona così. Funziona così solo nel dopo cena davanti alla tastiera, bocce immobili su esistenze piatte e mediocri. Silvia Salis su Facebook usa le parole giuste: 

Grazie per non esserti accontentato di 2,39 , grazie per averci ricordato che la vita é a 2,41.

E' singolare che l'altra medaglia perduta dall'atletica italiana sia quella di Alex Schwazer, come in un incrocio perfido di destini diversi ma convergenti nell'assenza olimpica, ennesimo scherzo di uno sceneggiatore chiuso nella camera di un residence ricoperta di moquette che cerca di sconfiggere gli acari e batteri che lo assediano con l'alcool e la paroxetina.

Ricordiamo gli attacchi di Tamberi al rientro in gara post squalifica, i veleni, i partiti, le tifoserie opposte, le sintesi di Bragagna. Il caso Schwazer è complicato e semplice al tempo stesso: o l'altoatesino è bello pronto per un trattamento sanitario obbligatorio o qualcuno ha voluto colpire duro lui e soprattutto la sua equipe di lavoro, Donati in particolare. Certo perorando la seconda ipotesi si rischia di essere presi per paranoici complottisti rimbecilliti, ma non sono pochi a sentire che qualcosa batte fuori sincrono nell'ultima positività rilevata al marciatore. Non me la sento di tifare apertamente per la sua innocenza, rimango come in stallo, incredulo, basito, come quando prendi un cazzotto al ventre e ti aspetti il secondo che non sai dove arriverà. E forse il secondo colpo è stato l'infortunio di Tamberi. E ha fatto malisssimo, da trauma cranico.

Sta di fatto che di certo Tamberi junior e senior non vorrebbero nemmeno essere dentro a uno stesso articolo con Schwazer. Io da tifoso laqualunque li avrei voluti vedere tutti e due a Rio, commentati da quel Bragagna che a volte si perde nelle narrazioni proprio perchè la nostra atletica è povera di atleti di caratura internazionale e di storie da raccontare.




lunedì 11 luglio 2016

Dall'Ucraina a Ferrara, fuga dai kalashnikov


Ci incontriamo con Oleksandr Vaskovniuk  in un bar davanti a Piazza Ariostea, la madre Olga 
che è in Italia da otto anni farà da interprete, Olek l'ha raggiunta a Ferrara il 7 agosto 2015, dopo l'università è stato arruolato nel gruppo sportivo dell'esercito ucraino dove oltre a correre nuotava. Sul tavolino del bar Olek apre un quaderno a quadretti con tutta la sua storia sportiva, allenamenti, gare, è tutto annotato a biro meticolosamente. Vinnycja a ripensare alla giornata, mi hanno fatto vedere anche le foto della stanza, foto di campioni e medaglie appese, la madre è orgogliosa, dice che era un esempio per tutti, ma dice anche che l'aria da quelle parti si era fatta pesante anche per uno come lui. Vinnycja è una città di circa 350 mila abitanti che in effetti ospita un imponente insediamento militare ed è sede dell'Aronautica militare ucraina, da questa città arriva anche la lunghista naturalizzata italiana Dariya Derkach, una ragazza da 6,67 metri, niente male.
La calligrafia è precisa, le caselle tirate con il righello, me lo immagino nella sua camera nella città di

Il diario che mi porta inizia dal 16 luglio 2007, in varie foto riconosco Vasyl Matviychuck sulla linea di partenza, come quella di un campionato nazionale sui diecimila in pista a Yalta sul Mar Nero, il cielo è piombo e la temperatura, mi spiega Olek, era sui trentacinque gradi, il suo settimo posto e il tempo 31'20 non sono da buttare.

Olek poi mi indica sul quaderno una data particolare, domenica 28 ottobre 2007, forse il suo anno migliore: Campionati nazionali di cross, è terzo tra gli junior, ma per il passaporto dieci giorni sono pochi, non arriva in tempo e i Campionati europei di Toro in Spagna vanno in fumo. A volte sono i dettagli a fregarci, posso immaginare lo sconforto, la rabbia. 




Nel quaderno ogni giovedì è annotata la sauna, al tempo era una sorta di atleta professionista, evidentemente la sauna da quelle parti faceva parte integrante della preparazione per gli sportivi di alto livello, per liberarsi delle tossine di allenamenti pesanti, gli manca, col dito continua a spingere sui giovedì perduti come se si potesse aprire una finestra su uno stabilimento termale.
Nel 2014 ha inizio la guerra dell'Ucraina orientale, lui ha firmato per uscire dalla ferma militare, ma i ragazzi con la sua preparazione servono, ma non a correre, il pericolo molto concreto è quello di essere chiamati a mettere in pratica le esercitazioni con il Kalashnikov, che pure ha fatto, e con ottimi risultati, ma al poligono anche quello era solo uno sport, il rischio di essere richiamato a combattere fa paura, la madre Olga che fa la badante lo ha fatto arrivare in Italia.
Olek ora ha il permesso annuale di rifugiato politico, mi consegnano due fogli firmati con una graffetta e il futuro è tutto lì, in quelle fotocopie un po' sbiadite, in quelle forme che dovrebbero essere rassicuranti, e io mentre scorro quei dati mi sento un po' uno che si infila senza vergogna in un mondo che non può davvero comprendere. Una specie di turista di vite più complicate.

Quando arriva a Ferrara è appesantito, ottantadue, chili, non corre da due anni e nemmeno ci pensa più, vede l'arrivo in Piazza Castello di una gara, è La Dieci Miglia probabilmente, controlla sul display il tempo dei primi, cinquantotto minuti, allora ripensa al suo passato da atleta e capisce che in fondo in Italia non vanno così forte, si attiva un tam tam tra badanti, Paolo Marangoni lo porta alle prime gare, Paolo è un ingegnere con una attività in proprio, meccanica di precisione, pezzi che vanno anche sulle Lamborghini, lui la corsa l'ha scoperta tardissimo, da pochi anni, è integro è felice per i best che continua a migliorare, domina la categoria M50 nella zona.

Ad Olek si riaccende luminosissima la spia della corsa, ora si starà chiedendo come ha potto pensare di farne a meno, riprende gli allenamenti, e i risultati arrivano in fretta, oggi pesa sessantadue chili, oggi a Ferrara lo conoscono tutti, ha iniziato a vincere, in Ucraina i problemi erano altri, niente gare, qua ogni domenica è una gara. Ha iniziato qui a fare le mezze, non aveva mai fatto gare superiori ai dieci chilometri in patria, solo pista e cross, come gli atleti veri, la prima mezza maratone la corre a Pontelagoscuro, il paese dove la madre lavora, arriverà sesto, oggi le corre attorno all'ora e dieci e la vincerebbe. 



Purtoppo non ha molti compagni di allenamento al suo livello, in questo momento anche Rudy Magagnoli è infortunato quindi gli allenamenti importanti li deve fare con la sola compagnia della musica nelle orecchie, vede tanti correre sulle mura, ma quando li affianca capisce, si corre per stare in discreta forma fisica e poco più, cerco di fargli capire che a Ferrara andavano forte, molto forte, fortissimo, ma tanto tempo fa, quando lui, classe '85, o non era nato o era piccolissimo. Poi mi rendo conto che per gente affamata di emozioni e piena di speranze come lui, il passato non esiste, inutile insistere, raccontare, analizzare per l'ennesima volta le ragioni della frana.

Olek vorrebbe vivere di corsa, il fuoco è ripreso a bruciare forte, ma non è facile, è sicuro di migliorare molto, il cervello si è rimesso in comunicazione con le gambe, ora vuole arrivare ai trenta minuti nei diecimila e l'ora e sei di mezza, con calma, senza accellerare i tempi, gli piacerebbe anche allenare bambini, ha una laurea in scienze motorie, in patria potrebbe insegnare, ma per ora qui in Italia il presente è incerto, in qualche foto su Facebook lo vedo mangiare alla Caritas, anche lui, come spesso capita, il cervello lo ha davvero pulito solo quando le endorfine in corsa spingono forte.

La società Corriferrara lo ha accolto bene, Massimo Corà ha oltre trecento iscritti e a marzo organizza la Ferrara Marathon, una manifestazione in ascesa come non se ne vedeva da decenni da queste parti, iscrizioni sold out e migliaia di pettorali anche per la non competitiva, Corà che ha raccolto l'eredità del padre è contento di avere un atleta che corre davanti, e cerca di dargli tutto il supporto possibile, spesso in questi casi le società diventano delle seconde famiglie, le attenzioni che le testate giornalistiche locali dedicano ai successi di Olek, questo sttesso articolo che sto scrivendo, assumono un'importanza altra rispetto a quella che avrebbero per un atleta indigeno, quando si è sradicati si ha fame di consenso e di una identità bene identificabile, gli articoli di giornale vengono fotografati e mandati in patria al resto della famiglia, Facebook fa il resto, ed è tanto, il padre, la sorella, devono sapere che non ci si è perduti e che ci si fa onore.

Olek non mi parla mai di lavoro, del resto è difficile per tutti, a Ferrara la crisi economica morde più che nelle altre province emiliane, è concentrato, esce poco, due allenamenti al giorno, non esc la sera, a letto presto, e mentre scrivo questo pezzo lui continua a vincere gare tra Bologna e Ferrara, spesso se la gioca con Hussein Omar Mohamed , il ragazzo etiope che vive a Bologna e di cui ho già scritto, un altro dalla biografia non noiosa, non sono competizioni di livello altissimo, ma per ora servono per il morale, in una città così piccola la gente quando corri sulle mura ti riconosce, saluta, non è poco, quando lo intervisto ha la tuta del Corriferrara e si capisce che non è poca cosa, la corsa non ti si stacca mai da dosso quando la ritrovi.


domenica 26 giugno 2016

UN MONDO A OTTO CORSIE*





April 30, 2011 via mobile (Sandgate, Queensland, Australia)
Preso un treno a caso per la costa di Moreton Bay, trovato paese assolato, e fatto un bel fondo medio su un sentiero marittimo segnato ogni 100m. Tutto ok, non fosse per il pensiero che è improbabilissimo che in questa vita io capiti di nuovo in questo segmento sperduto di Australia. Fino al ritorno a Brisbane questa sera, ogni passo è irripetibile e assoluto.



A costo di rendermi antipatico in modo definitivo, devo dirvelo. Spesso ho trovato le tracce di vita che lasciano gli atleti su Facebook piuttosto prevedibili, a volte fatico a trovare narrazioni stimolanti e originali, roba che spiazza. Io stesso sono il primo a credere che per avere buoni risultati nella corsa è auspicabile avere una vita senza troppe variabili. Ho corso in modo decente solo quando i ritmi della mia esistenza battevano ritmi regolari, sempre identici. Quindi scorrendo la pagina Facebook di Paolo Natali sono rimasto sconvolto. Paolo fa un lavoro impegnativo, si occupa della strategia commerciale per il trasporto e il marketing del gas naturale per conto di un produttore norvegese, Statoil. Fa parte di un team che fornisce indicazioni su dove ha senso vendere il gas prodotto in considerazione del luogo di produzione e del mercato, al momento segue Europa e Stati Uniti. Quindi si trova a schizzare in diverse parti del mondo con il rischio di conoscere meglio gli aeroporti che le piste in tartan e di correre anche per digerire il jet-lag. Vive per lo più tra Londra e New York, tiene un corso in un master a Parigi su temi legati all'energia. Da dieci anni ha lasciato l'Italia e ormai il concetto di frontiera inizia a farsi incerto, le sue impronte su Facebook arrivano da Singapore, Australia, Stati Uniti, India, Cipro, Senegal, si trovano ovunque... le gambe vanno e nemmeno la testa sembra placarsi mai.

January 2, 2012 via Selective Tweets (Xiamen, Fujian, China)
Atterrato a Xiamen: quindi almeno esiste per davvero, il che è una buona notizia. Con oltre 3 milioni di abitanti, è anche grandina. La sfida abbia inizio. Svegliato presto per una corsetta. Il cantiere di fronte all'hotel è attivo dalle 5am alle 10pm. Vi chiedete come mai questa economia cresce al ritmo del 10% l'anno?




Credo non sia facile per lui inventarsi tempi e luoghi per allenamenti impegnativi, passando magari in pochi giorni da un medio a 3:15 per le vie afose di Bangalore, a una mezza maratona in Olanda sotto la neve e trafitto da un vento gelido, chiudendo comunque in 1h07. Passando sempre da Facebook.
Devi avere una luce interiore che dà un senso a ogni tua azione per trovare la forza necessaria. Devi avere una fidanzata, runner pure lei, che vive vicino a New York per essere così febbricitante e facile all'estrazione del passaporto. Devi essere un fottuto ingegnere rigoroso e discipinato, creativo e un po' folle per rimanere in controllo sulla tua vita professionale complessa e una carriera atletica di buon livello. Se sei un prodotto di serie salti in aria prima. Molto prima.

September 25, 2011 via Selective Tweets (Berlin, Germany)
Promemoria: ho scelto uno sport individuale perché voglio la piena responsabilità. "Mai con le anime pavide che non conobbero né vittoria né sconfitta." Theodore Roosevelt




Sembra uscito da un romanzo che si scrive da sé, giorno dopo giorno, a volte senti lo straniamento di un giovane Holden cresciuto e divenuto meno dispersivo, almeno attento ai risultati, uno che non si perdona nessun cedimento. È un'esistenza che ondeggia e si espande, da correggere di volta in volta con colpi di assestamento, con forza di volontà granitica, è una vita che va tenuta dentro la traiettoria voluta. È una vita complicata ma felice, per quanto questo termine appena evocato subito slitta, di sicuro senza fasi di stallo o noia. A volte traspare leggerezza.



April 25, 2011 via Selective Tweets (Melbourne, Victoria, Australia)
A zonzo per Melbourne di notte, in tasca dollari che sembrano del monopoli. Mi chiedo cosa beva il mio autore quando scrive le storie.





March 2, 2012 via Selective Tweets (Washington DC)
Colazione con bagels al sole dei tavolini all'aperto dello Starbucks di fronte a casa. Una felicità alla Gianni Rodari.







Perchè avrete capito che non si parla di un tapascione giramondo, detto con il massimo rispetto possibile per i tapascioni giramondo, visto che nel 2011 Paolo ha chiuso la Maratona di Londra in 2:19:53. Scorrere le sue pagine di Facebook è che come abbandonarsi a certi format di Rai 5, giri il mondo nonostante il divano di casa abbia ormai preso la tua forma anatomica. Ripetute, sì, come tutti. Ovunque però.

June 21, 2012 (Madrid, Spain)
Fatto a pezzetti da James e Paul che mi hanno portato in giro per la gloriosa pista della Ciudad Universitaria per un bel 3k(3.20)-3k(3.10)-1k(2.50) nel sole della sera. Tanti ricordi, gruppi di ottimi atleti che si allenano qui, facendo una vita di atletica che non e' mai stata mia. Ancora mi chiedo se questo sia un bene oppure no.





February 27, 2012 via Selective Tweets (Hyde Park, London, UK)
10x1000m off 2' nel parco, sotto un cielo di piombo, e il lavoro più temuto della settimana è alle mie spalle :))




Quando gli avevo detto che volevo scrivere qualcosa su di lui, ben conscio che non sarei mai stato in grado di sintetizzarlo, (e quale persona potrebbe mai esserlo...) aveva subito centrato il problema: “Sono un italiano vagabondo che fa il maratoneta a tempo perso e vive la passione per la corsa come esercizio di autodeterminazione, e per imparare a estendere la propria percezione dei limiti. Non vedo come questo possa interessare il lettore, visto che non faccio 2h10, non rappresento scarpe e non vinco la maratona di Molfetta.”
Voi che ne dite?

January 1, 2012 via Selective Tweets (Bologna, Italia)
Cavalcata nel mattino di capodanno. Rientrato a casa con la prima maglietta calda e sudata dell'anno; molte altre seguiranno. Un sole pallido, mentre il mondo si sveglia.

Saverio Fattori


* Articolo già uscito sulla rivista Correre




mercoledì 1 giugno 2016

DIVENTA UN RUNNING DEMOTIVATOR*



Impara ad essere un Running Demotivator, cerca di smontare velleità insensate, metti il tuo cliente di fronte alla propria inadeguatezza atletica, spingilo cautamente, o se necessario ricorrendo alla forza fisica, a valutare altri modi per buttare il proprio tempo libero. Spiegagli bene il concetto di Tempo libero. Non è propriamente libertà rischiare l'ictus o l'infarto per una medaglia, anche se appositamente coniata. Apostrofalo con termini quali Palla di lardo, nel caso il soggetto sia in sovrappeso, o Attaccapanni rachitico nel caso contrario. Stracciagli davanti al viso programmi di allenamento redatti da precedenti furbacchioni che prevedono cicli e microcicli di carico, scarico, ricarico, finalizzazione e deframmentazione della materia organica, fagli stringere al petto il programma di una rassegna di cinema sovietico o della stagione teatrale più avanguardista dai tempi di Carmelo Bene. Fagli capire che quella cupola stempiata che separa le orecchie non esiste solo per essere ricoperta con una berretta Nike in tessuto tecnico studiata in un laboratorio segreto dalla Nasa.


Chi è il tuo cliente?
Qualcosa di indefinibile, a volte ti sembrerà un grosso coglione logorroico e in altri frangenti un Bon viveur molto affabile e dai modi gradevoli, di certo un egocentrico con una discreta disponibilità economica, un professionista middle class che dietro alla scrivania tiene gigantografie che lo vedono finisher di competizioni bizzarre e geograficamente remote, uno che pensa che sotto i quattro minuti a chilometro si entri in un buco nero di antimateria, una dimensione parallela dove brillano corpuscoli luminosi di I like feisbucchiani e femmine ultrarunner col seno in silicone lo contattano in chat privata con mille cuoricini.


Devi convincerlo che non può e non deve ASSOLUTAMENTE mutare la sua natura, violentare la propria indole, non è sano tutto questo, sta cercando di nascondere a se stesso di essere negato per la corsa e un inguaribile pigro che in tutta onestà avrebbe solo voglia di intossicarsi di cibi malsani risucchiato da un divano magico con poteri sedativi che nemmeno il Valium... bello sarebbe intossicarsi di serial televisivi americani con un panno di lana della nonna sulle gambe invece che uscire nella nebbia punteggiata da minacciose luci anabbaglianti per avventurarsi nella zona industriale più mortifera della pianura padana, più inquinata di Pechino. 



Ma come uscirne? Quali scuse accampare con gli altri sventurati che per un breve tratto di vita hanno accompagnato questa follia?


Qualche indicazione alla rinfusa:


Running demotivator Mission #1: Raccontare a runner di sesso maschile che secondo un recente studio di una università dell'Illinois le ripetute in pista provocano impotenza.


Running demotivator Mission #2: Fingere un malore nei primo metri di un lungo in compagnia di altri sventurati che preparano qualche maratona turistica. Un classico ma funziona ancora.


Running demotivator Mission #3: Convincere i runner politicamente de giuridicamente più sprovveduti che nella Legge Fini-Giovanardi le endorfine sono equiparate alle droghe pesanti quali eroina e cocaina.


Running demotivator Mission #4: Alla prima microgoccia di pioggia gridare Tana libera tutti e fingersi affranto per l'allenamento saltato. Sulla vostra pagina di Facebook ricordatevi di mettere la faccina triste L


Running demotivator Mission #5: Al primo abbassamento stagionale della temperatura accusare il congelamento degli arti inferiori e superiori, a fine settembre rifugiarsi nella palestra più trash della zona e iscriversi d'urgenza a un corso di Zumba intasato di Milf in esubero ormonale.

Running demotivator Mission #6: Trasformare la depressione in disperazione a fronte di un infortunio di media gravità, intraprendere un percorso di aiuto psicologico con uno psicanalista da duecento euro a seduta, raccontare ad amici e parenti di una carriera podistica luminosa interrotta tragicamente da uno strappo muscolare di otto millimetri. Descrivere nel dettaglio sulla pagina di Facebook il vostro stato d'animo di fronte alla tragedia, pubblicare ecografie taroccate, fingere crisi di astinenza dalla corsa, faccina basita :-/


Running demotivator Mission #7: Eseguire interminabili esercizi di stretching che nemmeno Carla Fracci alla sbarra, se necessario inventare torsioni mai eseguite da essere umano, al fine di posticipare il più possibile l'inizio della sessione di allenamento in pista oltre la decenza, farsi buttare fuori dal custode del campo a calci, fingere indignazione, raccontare la vicenda sulla propria pagina Facebook. Ricordarsi SEMPRE la faccina triste :-( al fine di raccogliere solidarietà da femmine ultrarunner siliconate.


Running demotivator Mission #8: Arrivare tardi sul luogo di una gara, ben oltre la partenza, accampando scuse credibili, guasti al motore, ingorghi autostradali, tenere comunque presente che la domenica mattina il traffico è piuttosto scarso, privilegiare quindi imprevisti tipo gomma bucata, fotografare un chiodo e pubblicarlo la domenica sera su Facebook. Imprecazioni e faccina triste  :-(



Running demotivator Mission #9: Ricordarsi delle parole della donna più importante della tua vita. La mamma: "Non sudare".



Faccina allegra :-)

* articolo già uscito sulla rivista Correre